La musica, un segreto sussurrato di nascosto

Nell’ambiente dei musicisti professionisti circola una storia: o sei musicista di famiglia (ossia: hai avuto parenti che ti hanno introdotto a quell’esperienza), oppure vieni da un incontro più o meno fortuito, che ha segnato, in genere positivamente, un particolare periodo della tua vita (quasi sempre l’adolescenza, ma non è detto).
Il mio personale percorso di avvicinamento alla musica è stato di fatto una sintesi tra i due sopra descritti. I miei genitori non avevano avuto la fortuna di poter svolgere un’attività musicale, anche a carattere unicamente ludico, né d’altra parte avevamo notizia di parenti e/o amici che frequentassero quel mondo.

L’istinto li aveva però entrambi condotti a ritenere che la musica, come tutte le arti, potesse essere se non necessariamente il “mestiere” della vita, certo un utile complemento al percorso formativo individuale. Un percorso di natura non solo culturale, ma anche emotivo, personale.
Fu quindi una famiglia certamente atipica rispetto ai modelli di quel periodo a dare la prima concreta possibilità, pur con due percorsi diametralmente opposti (uno la chitarra, l’altro gli strumenti a tastiera), a due giovani virgulti di conoscere il mondo della musica.
L’appoggio di entrambi i genitori non fu solo di natura economica oppure logistica (argomenti comunque importanti, ieri come oggi): il loro vero contributo fu la fiducia con cui supportarono le scelte di entrambi i figli, certi che la musica, o lo sport, o qualsiasi altra attività avessimo in mente, fosse comunque quella più adatta a noi, perché decisa autonomamente e frutto di coerenza personale.
Un padre che aveva amato da ragazzino il violino e che non aveva potuto avvicinarcisi per il diniego dei familiari da una parte, ed una madre costantemente pratica nell’affrontare i tanti grandi e piccoli problemi di una coppia di aspiranti artisti in erba fu di fatto la migliore combinazione possibile per renderci autonomi e coscienti dell’idea che il nostro mondo era appunto quello musicale.

Certo, non mancarono errori, cambi di strategia, scelte rivelatesi in seguito meno efficaci di altre. Ma sempre, in ogni contesto e situazione, il compito di Adriana e Federico fu quello di supportarci e sostenerci, qualunque fosse la decisione intrapresa. Certi che la nostra forza di volontà, la nostra determinazione, fossero le armi migliori a nostra disposizione.

Forse per questo con mio fratello Marco condivido la scelta di essere musicista, nelle sue varie declinazioni (artista, ricercatore, docente, quando capita sperimentatore): perché prima ancora di essere un’opportunità professionale, quella del musicista è stata la logica conseguenza di un modo d’intendere l’esistenza stessa

Massimo Salcito

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